La leggenda di Aleramo

 

Guglielmo I gentiluomo di Sassonia, non avendo ancora figliuoli, fece voto, se Dio gli concedesse grazia di prole, di andar in pellegrinaggio a Roma. Ottenuta che l’ebbe, il signore si mise in cammino con la moglie incinta, ma ella sovrappresa dalle doglie, nella diocesi di Aqui, partorì un fanciullo maschio, cui misero nome Aleramo. Così si volle esprimere la gioia del padre, giacché “Aler” nel volgare piemontese antico significa “Allegro”.

Passato che fu un mese, i due genitori pensarono di proseguire il pellegrinaggio a soddisfazione del voto, ma durante il viaggio vennero a morte. Da allora nessuno ricercò più del fanciullo, rimasto con la balia nel luogo in cui era nato, ma tanta fu la graziosa avvenenza di lui e tale in tutti la pietà del nobil sangue e del caso, che i signori del castello lo ebbero in luogo di figlio. Quando toccò i quindici anni venne corredato loro scudiero e gli accadde di rappresentare l’omaggio dei suoi signori all’imperatore Ottone, passato di Alemagna in Lombardia, perché ivi alcune città si erano ribellate. A lui Aleramo piacque molto e, saputo che era di sangue tedesco, lo fece cavaliere particolare di sua famiglia, incaricato di servire a mensa quale “mescitore di vini”. In quella corte, la bella Alasia, figlia dell’imperatore, la più vaga damigella che si trovasse al mondo, conobbe Aleramo e,  non potendo saziarsi di guardarlo, se ne innamorò. Il giovane disperando che l’imperatore si contentasse mai del loro amore e dubitando, durando ancora la cosa, non si potesse più oltre celare, una notte menò via la fanciulla. Si vestirono di abiti strani e diversi per non essere riconosciuti e si recarono nel paese dove egli era nato detto Pietro Ardena.

Sull’alta montagna, però, non v’era da mangiare e bere all’infuori dell’acqua chiara e la sua damigella piangeva di fame, così si unì ad alcuni carbonai e imparò il mestiere. Quando l’imperatore fece un bando per chiamare l’esercito contro Brescia, che si era ribellata, Aleramo si gettò nella mischia e in breve vi fu un gran favellare per l’arditezza delle sue imprese. L’imperatore volle sapere chi fosse quel milite tanto valoroso, che si era distinto per fatti d’arme e di cavalleria e riconosciutolo perdonò il passato e raccolse la figliola, il genero e i nipoti ai quali tutti diede cingolo della cavalleria. Consegnò loro il vessillo della milizia con la baldanza di color rosso e bianco, che dovesse esser segno del valore e della fede di tutti gli eredi del seme di Aleramo, e fu grandissima festa per molti giorni nella corte dell’imperatore. Conferì al valoroso la dignità di marchese e gli concesse di far suo quanto egli in tre giorni e tre notti, correndo a cavallo, riuscisse a circondare di quella terra montuosa che è il Piemonte, così egli montò puledri velocissimi, percorrendo le contrade dal fiume Tanaro all’Orbo, sino a toccare le rive del mare. Giacché si narra che Aleramo prima della gran corsa volle approntare il destriero e non trovando strumenti a ciò, adoperò un mattone, (che nel volgare del luogo è detto Mun) per ferrarlo (Frrha), avvenne che a memoria dell’arditezza del suo nobil signore quella terra fu chiamata Monferrato.